Le zeppole di San Giuseppe

Le zeppole di Sa

Le zeppole di San Giuseppe

COSA SONO LE ZEPPOLE?

Le zeppole sono un dolce tipico italiano, di origine napoletana, e vengono preparate con la pasta dei bignè, delle ciambelle per intenderci, possono essere fritte o al forno (ANCHE SE LA ZEPPOLA ZEPPOLA, E’ E SARA’ SEMPRE E SOLO FRITTA), ed hanno un ripieno di crema pasticcera.

QUAL E’ LA DATA DI NASCITA DELLE ZEPPOLE?

Le zeppole sono nate il 17 MARZO, nell’età dell’antica Roma, mentre si celebravano le LIBERALIA, cioè delle feste in onore del dio del vino, BACCO e dalla dea del grano, CERERE; quindi per ingraziarsi le divinità, si beveva vino e si friggevano frittelle di frumento.

Il giorno del 19 marzo (due giorni dopo, quindi, della nascita), è la festa di San Giuseppe, e sono protagoniste proprio le ZEPPOLE.

La prima zeppola di San Giuseppe  che sia stata messa su carta risale comunque al 1837, ad opera del celebre gastronomo napoletano Ippolito Cavalcanti, Duca di Buonvicino.

San Giuseppe, era il patrono dei falegnami e moltissimi anni fa, veniva messo in vendita ogni sorta di giocattolo in legno costruito proprio da loro ed ogni figlio (chi poteva permetterselo) ne riceveva uno in dono, da parte del proprio padre.

Dal 1968, da quando cioè il giorno di S.Giuseppe è stato decretato festa del Papà, il 19 marzo sono i figli a fare regali ai padri.

COME PREPARARLE?

ECCO LA NOSTRA RICETTA

Per il preparato delle zeppole occorre:

-250 ml. acqua;

-70 g. burro;

-150 g. farina;

-40 g. zucchero;

-3 uova medie;

-1 pizzico di sale;

-1 cucchiaino di lievito;

-scorza di un limone;

-olio (per friggere l’impasto).

Per la crema, con la quale riempire le zeppole, occorre:

-250 ml. di latte;

-3 tuorli;

-1/2 scorza limone;

-30 g. farina;

-60 g. zucchero;

-2 bustine di vanillina.

Per la decorazione:

-crema di cioccolato, o crema di nocciole, o ciliegie candite o amarene sciroppate

PROCEDIMENTO:

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Innanzitutto si prepara la crema pasticcera: in una ciotola si mettono i tuorli e lo zucchero e si comincia a mescolare, in seguito si aggiunge la farina e tanto latte freddo quanto basta per stemperare il tutto; mentre il restante latte lo si mette in un altro pentolino e si porta a sfiorare il bollore (nel pentolino del latte caldo, si aggiungono le bustine di vanillina e la scorza di limone).

Si spegne il fuoco, e dopo 10 minuti si filtra il latte e lo si aggiunge al composto dei rossi d’uovo. Si mescola, si rimette il composto sul fuoco e lo si lascia addensare a fuoco dolce.

Dopo un quarto d’ora circa, si versa la crema pasticcera in una teglia (meglio se larga e bassa) in modo che si raffreddi, si copre la crema con la pellicola trasparente e la si mette in frigo per velocizzare il raffreddamento.

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Ora si prepara l’impasto per le zeppole: in una pentola versare acqua e burro, quando si vede che l’acqua comincia a bollire e che il burro è sciolto, spegniamo il fuoco e si aggiunge, tutta in una volta, la farina, mescolando velocemente. Si amalgama tutto per bene fino al momento in cui si formerà una palla.

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Dopo ciò, si riaccende il fuoco e si fa asciugare l’impasto per qualche minuto (SI NOTERA’ CHE SUL FONDO DELLA PENTOLA APPARIRA’ UNA PATINA BIANCA). In seguito, si toglie l’impasto dal fuoco, lo si versa in una ciotola e lo si lascia intiepidire.

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Una volta, intiepidito l’impasto, lo si mette in un mixer sbattitore, si aggiunge lo zucchero, il lievito, il limone grattuggiato e un uovo alla volta, impastando; ovviamente prima di aggiungere l’uovo seguente, quello precedente dovrà essere completamente assorbito dall’impasto.

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Si mette sul fuoco una pentola con l’olio per friggere, e intanto si prende una tasca da pasticcere (con bocchetta a stella) e si versa l’impasto al suo interno, a parte si tagliano dei quadrati con la carta forno, quindi si vanno a formare le zeppole.

Si devono formare dei cerchi di diametro di 5 cm e farci sopra un bordo in modo d formare quasi una scodellina. Si parte dal centro del quadrato e si fa questo bordo proprio come a voler formare una piccola scodella.

Ora si passa a friggere: si immerge un quadratino di carta forno con sopra il nostro impasto della zeppola, lavorato con la tasca da pasticcere (NON METTERE NELLA PENTOLA PIU’ DI TRE ZEPPOLE, PERCHE’ SI RISCHIEREBBE DI FAR ABBASSARE VELOCEMENTE IL LIVELLO DELL’OLIO).

Si possono togliere le carte dall’impasto che sta friggendo con una pinza. Lasciar friggere le zeppole fino a quando con cominciano a dorare.

Una volta fritte, non resta che riempirle con la crema pasticcera ben fredda, perciò si mette quest’ultima in un sac à poche e si riempiono le zeppole.

Sulla crema di ogni zeppola, si potrà mettere o un ciliegia candita, o un’amarena, oppure aiutandoci nuovamente con un sac à poche, si metterà della crema al cioccolato o alla nocciola.

Infine si spolverizzano le nostre zeppole con dello zucchero a velo vanigliato.

E voilà… TUTTI A TAVOLA!!!

BUONA FESTA DEL PAPA'!!!

BUONA FESTA DEL PAPA’!!!

Le mie zeppole di San Giuseppe

E voi le fate le zeppole? Avete un procedimento alternativo per farle? O qualche ingrediente chicca da condividere?

” Non c’è cosa migliore da fare, che ascoltare chi ha qualcosa da dire”

 

GIUSEPPE DE DOMINICIS e “La notte de Santu Martinu”

 

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Carne arrostita, caldarroste, lupini, vino novello, contornano le tavole dei salentini nel giorno 11 novembre di ogni anno.
Si festeggia San Martino di Tours, nativo di Sabaria, in Pannonia (l’odierna Ungheria).
Suo padre, che era un importante ufficiale dell’esercito dell’Impero Romano, gli diede il nome di Martino in onore di Marte, il dio della guerra. Con la famiglia si spostò a Pavia, e quindicenne, in quanto figlio di un ufficiale, dovette entrare egli stesso nell’esercito. Venne mandato in Gallia; qui, ancora adolescente, si convertì al cristianesimo e divenne un monaco nella regione di Poitiers.

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Quando Martino era ancora un soldato, ebbe la visione che diverrà l’episodio più narrato della sua vita. Si trovava alle porte della città di Amiens, con i suoi soldati, quando incontrò un mendicante seminudo. D’impulso tagliò in due il suo mantello militare e lo condivise con il mendicante. Quella notte sognò che Gesù si recava da lui e gli restituiva la metà di mantello che aveva condiviso. Udì Gesù dire ai suoi angeli: “Ecco qui Martino, il soldato romano che non è battezzato, egli mi ha vestito.” Quando Martino si risvegliò, il suo mantello era integro. Il mantello miracoloso venne conservato come reliquia, ed entrò a far parte della collezione di reliquie dei re Merovingi dei Franchi. Il termine latino per “mantello corto”, cappella, venne esteso alle persone incaricate di conservare il mantello di san Martino, i cappellani.

Il sogno ebbe un tale impatto su Martino, che si fece battezzare il giorno seguente e divenne cristiano. Decise di lasciare l’esercito e divenne un monaco nei pressi della città di Tours, sotto la protezione del vescovo Ilario di Poitiers. Martino si adoperò per la conversione alla cristianità della popolazione gallica, facendo molti viaggi per predicare nella Francia centrale ed occidentale, soprattutto nelle aree rurali, demolendo tempietti ed altari pagani. Nel corso di questa opera divenne estremamente popolare, e nel 371 divenne vescovo di Tours. Martino si rifiutò di vivere nella città e invece fondò un monastero a poca distanza dalle mura, che divenne la sua residenza. Il monastero, noto in latino come Maius monasterium (monastero grande), divenne in seguito noto come Marmoutier.
Martino lottò contro l’eresia ariana. L’opera di Martino di Tours consentì di vincere l’eresia, creando le premesse per il Concilio di Nicea.

San Martino di Tours viene ricordato l’11 novembre, sebbene questa non sia la data della sua morte. Nei primi secoli del cristianesimo, il culto reso ai santi spesso si collegava alla data della depositio nella tomba. Questa data è diventata una festa straordinaria in tutto l’Occidente, a causa di un numero notevole di cristiani che portavano il nome di Martino.
Molte chiese in Europa sono dedicate a san Martino. L’11 novembre i bambini delle Fiandre e delle aree cattoliche della Germania e dell’Austria, partecipano a una processione di lanterne. Spesso, un uomo vestito come Martino cavalca in testa alla processione. I bambini cantano canzoni sul santo e sulle loro lanterne. Il cibo tradizionale di questo giorno è l’oca. Secondo la leggenda, Martino era riluttante a diventare vescovo, motivo per cui si nascose in una stalla piena di oche. Il rumore fatto da queste rivelò il suo nascondiglio alla gente che lo stava cercando.

Molte le storie e le poesie che ci raccontano come i salentini vivono, ognuno a suo modo, ma sempre ancorati alla tradizione, questo giorno di vera e propria festa.
Io ho scelto di raccontare di Giuseppe De Dominicis, il cosiddetto poeta degli umili (il Capitano Black), nato a Cavallino di Lecce nel 1869. Questo poeta era un attento studioso di tradizioni popolari leccesi ci mostra nel bellissimo brano “La Notte de Santu Martinu”, come la mente cerca di abbracciare il cielo , ma altro non afferra che un pugno di polvere e tutto muta quando entra in circolo il balsamo del vino, con i suoi fumi. Ci troviamo dinanzi ad alta poesia dialettale.

giuseppe-de-dominicis2La notte de Santu Martinu (brano integrale)

 

Linda, sièntime a mmie, ssèttate a cquai,

ca ogghiu cu tte confidu nu penzieri;

prima de tuttu nu ppenzare a uai

e penza cu te bii st’àutru bicchieri.

 

Cu quantu desederiu ieu studiai

cu ssacciu ccenca bè la verità,

na cosa sula intantu me mparai:

ca lu mundu ete tuttu vanità!

 

Intru ttutti li libri aggiu mparatu,

ca l’omu ca cchiù ssape cchiù nde sballa.

Comu lu muscaritulu s’ha ccriatu?

Comu nasce de lu erme la farfalla?

 

Tante de stidhe ca nci suntu a ncelu,

quale mente le sape mmesurare?

Percè la verità porta nu velu

ca l’omu nu lu pote spugghecare?

 

Dimme quale scienziatu l’ha capita

comu se forma a ncapu lu penzieri?

Comu ccumenza a ll’uemmeni la vita?…

Ma penza cu te bii st’àutru bicchieri!

 

Lassandu li libri, cercandu l’amore

passare m’aggiu ista fiurita l’ità!

E mmoi, se nu picca demmandu lu core:

cce bete l’amore? – Cce bè?… Vanità! –

 

L’amore, l’amore non è ttale e cquale

ca ieu carusiedhu sunnatu me l’ìa;

nu ssuntu quisti asi la petra nfernale

ca bruscia, ca strusce quist’anima mia!

 

Ulia, ddu me tecchi sse  spèzzanu l’osse;

me mbrazzi e nnu male mme pozza zzeccare;

se ammucca me a basi, mme nfoca la tosse;

se me asi ‘ntru ll’ecchi, cu ppozzu cecare!

 

E struttu, cunfusu cu ll’anima toa,

ulare pe ll’aria, lassare sti uai!…

Ma intantu, bedhazza, l’amore nu ttroa

cca lli asi surtantu ca fissu me dai.

 

E quando la mente ole mbrazza lu celu,

de pùrvere a mmanu se troa na francata;

e quantu cchiù bàutu ole spicca lu uelu,

cchù mmutu alla terra se sente nferrata!

 

E giurnu pe giurnu ni etimu na cosa

Cadire sbiadita de cqua intru llu core;

fugghiazza, fugghiazza se spronda la rosa

lassandu lu russu, perdendu la ndore!

 

E cchiù mmutu intru ll’anima

Te sienti rrusecare,

se na cosa desìderi

senza lla puei zzeccare;

e rreddhi e curri e spràsemi,

te mangi lu penzieri

e cerchi a ddu pò esistere

nn’autra felicità.

 

Ma intantu moi la pràtteca

de l’anni me cunsiglia,

ca, se la uei, cercàmula

sulu ‘ntru lla buttiglia;

e avanti, bbi, manisciate,

inchi, bedhazza mia,

e doppu poi respundime

se nu bè verità.

 

Quandu te capu pàssanu

Dhi fumi barzamati,

te pàrenu na prubbeca

centu mila ducati;

si’ rrande comu principe,

putente come papa,

cumandi a tutti l’uemmeni

cchiù mmegghiu de nu rre.

 

Te sienti intru lli musculi

na forza de gigante,

te cridi ca le fimmene

te òlenu tutte quante,

te sienti de na museca

a ll’aria trasportare,

tutte le cose bàllanu

allegre a turdimè.

 

Li culuri cchiù niuri

dèntanu comu rose;

a ffurma cchiù simpatica

se càngianu le cose;

e tte idi de tanti angeli

a ncelu sulleare;

e ntorna te desidera

bbinchi bicchieri e bì.

 

Le cose cchiù difficili

‘dhi punti le capisci

fintantu bellu pracedu

nu ppigghi e ccu ddurmisci…

e avanti, bii, manisciate,

inchi, bedhazza mia,

e doppu poi respundime

se nun è peccussì.

 

E voi combriccola, come festeggerete venerdì 11/11/2016, il giorno di San Martino?

“Non c’è cosa migliore da fare, che ascoltare chi ha qualcosa da dire”

 

Elisa Bonaparte, principessa di Lucca e Piombino

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Dopo un viaggio fatto per lavoro a Brescia e a Firenze, e dopo aver conosciuto la famiglia Moretti e le loro cantine per eccellenza, “Bellavista”, “Contadi Castaldi”, “Pietra”, ho scoperto, un pò per caso, la figura di Elisa Bonaparte, sorella del famigerato Napoleone. Un personaggio storico di notevole importanza, che è stato messo da parte poiché brillava di luce riflessa del fratello e poi, a mio avviso, anche per il fatto si trattasse di una donna, elemento quest’ultimo discriminante per quel periodo storico.

Pensare che Elisa Bonaparte sia la musa ispiratrice della cantina “Pietra”, una delle più belle cantine del mondo, mi ha fatto venire voglia di documentarmi e di conoscere maggiormente questa donna speciale.

Imposta ai Lucchesi come sovrana, desiderosa delle redini del governo, visse il passaggio dall’Antico Regime al nuovo concetto di Stato moderno. Principessa di Lucca e di Piombino dal 1805 al 1814, s’impegnò nelle opere pubbliche, nelle istituzioni assistenziali e di istruzione e nella committenza artistica. Non solo, introdusse colture come vigneti, alberi da frutta, oliveti e fece inviare a Piombino vitigni francesi che entravano nella composizione dei tre Crus per eccellenza: lo champagne, i vini di Borgogna e quelli di Bordeaux. La storia, a mio parere, ci fa comprendere anche che se un territorio come la Toscana, è tra le prime regioni alle quali si pensa quando si parla del vino italiano, lo si deve anche alle piccole opere compiute da figure della storia eclissate, come quella di Elisa Bonaparte.

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Eugenio Lazzareschi così descrive in un passo de suo libro “Elisa Bonaparte Baciocchi”, interamente dedicato alla donna, che ben descrive le sue più alte doti:

“…perché Elisa donna di un’attività indicibile tutto vuol sapere, e di tutto vuole essere informata. Ella si occupa molto negli affari politici, e specialmente negli economici […] Era vissuta quarantatré anni e otto mesi:poco per una vita comune, troppo per un’esistenza di eccezione.”

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E voi eravate a conoscenza della storia di questa incredibile donna? Raccontate, raccontate, raccontate…

“Non c’è cosa migliore da fare, che ascoltare chi ha qualcosa da dire”

 

Tre sorsi di Vino

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Poco tempo fa, parlavo con un mio caro amico di letteratura e storia. Mi diceva che sarebbe stato veramente strepitoso (in realtà il termine utilizzato era differente 😛 , ma è cosa di poco conto), conoscere alcuni personaggi del mondo greco e romano, ai tempi dei simposi. Immaginate questi uomini che, solitamente dopo aver partecipato al banchetto, quindi dopo i pasti, si dilettavano tra spettacoli, danze, momenti ludici, a conversare e bere insieme.

In realtà, già a quel tempo, e parliamo di più di 2500 anni fa, esisteva una figura che dettava delle regole su come bere, chiamata SIMPOSIARCA (i latini lo chiameranno invece MAGISTER BIBENDI) che sceglieva il tema su cui conversare e impartiva le regole del bere. Chissà, ci dicevamo, come disciplinavano le genti che si approcciavano alle colme coppe di vino (e pensate che ogni coppa ne conteneva quasi mezzo litro).

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Ad ogni modo, ho voluto saperne di più, e tra una lettura e l’altra, mi è saltato all’occhio, ma del tutto casualmente, che in letteratura il numero 3, non è solo segno di perfezione e completezza nella numerologia dantesca, ma me lo sono ritrovato in tre grandi protagonisti della cultura italiana ed europea, in relazione al vino: Dioniso, Giovanni Pascoli e Cesare Pavese

Dioniso, dio greco del vino e dell’esaltazione orgiastica, della vegetazione e del regno dei morti,in una commedia andata perduta di Eubulo, dice:

Per gli uomini assennati io mescolo tre crateri; il primo che essi bevono é per la salute, il secondo per
il piacere e il desiderio, il terzo per il sonno. Bevuto questo, i saggi convitati si accingono a tornare a
casa, il quarto cratere non appartiene più alla nostra influenza, ma alla violenza, il quinto al frastuono,
il sesto alla processione baccanica, il settimo agli occhi pesti, l’ottavo é per il testimone d’accusa, il
nono per la collera, il decimo fa uscire di senno. Infatti, un gran numero di libagioni fatte in piccoli
bicchieri taglia facilmente le gambe a chi ha bevuto.

Bene, Dioniso consiglia di bere non più di tre coppe di vino, poiché il primo sorso lo si fa per  salute, il secondo per gioia, per piacere e anche per voglia, il terzo per conciliare bene il sonno. Oltrepassando la soglia dei “tre crateri”, si va incontro, però, alla violenza, al trambusto, alla collera, fino alla perdita della ragione.

Giovanni Pascoli, da Myricae, scrive “I TRE GRAPPOLI”:

Ha tre, Giacinto, grappoli la vite.
Bevi del primo il limpido piacere;
bevi dell’altro l’oblio breve e mite;
e… più non bere:
ché sonno è il terzo, e con lo sguardo acuto
nel nero sonno vigila, da un canto,
sappi, il dolore; e alto grida un muto
pianto già pianto.

Giovanni Pascoli, come Dioniso, si mette a numerare i sorsi di vino, fermandosi al numero tre: egli associa il primo sorso al piacere, il secondo al tema della dimenticanza, molto caro all’autore, anche in relazione alle note vicissitudini familiari e il terzo al sonno. In seguito, mette in guardia Giacinto <<e… più non bere>>, poiché, dopo il terzo sorso, apparirà dolore e pianto.

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Infine Cesare Pavese, scrive “IL VINO TRISTE”:

La fatica è sedersi senza farsi notare.
Tutto il resto poi viene da sé. Tre sorsate
e ritorna la voglia di pensarci da solo.
Si spalanca uno sfondo di lontani ronzii,
ogni cosa si sperde, e diventa un miracolo
esser nato e guardare il bicchiere. Il lavoro
(l’uomo solo non può non pensare al lavoro)
ridiventa l’antico destino che è bello soffrire
per poterci pensare. Poi gli occhi si fissano
a mezz’aria, dolenti, come fossero ciechi.

Se quest’uomo si rialza e va a casa a dormire,
pare un cieco che ha perso la strada. Chiunque
può sbucare da un angolo e pestarlo di colpi.
Può sbucare una donna e distendersi in strada,
bella e giovane, sotto un altr’uomo, gemendo
come un tempo una donna gemeva con lui.
Ma quest’uomo non vede. Va a casa a dormire
e la vita non è che un ronzio di silenzio.

A spogliarlo, quest’uomo, si trovano membra sfinite
e del pelo brutale, qua e là. Chi direbbe
che in quest’uomo trascorrono tiepide vene
dove un tempo la vita bruciava? Nessuno
crederebbe che un tempo una donna abbia fatto carezze
su quel corpo e baciato quel corpo, che trema,
e bagnato di lacrime, adesso che l’uomo
giunto a casa a dormire, non riesce, ma geme.

Con questa lirica, Pavese, trasmette l’inquietudine e la disperazione del mondo, ma anche la grandezza del “mestiere di vivere” (che dà il titolo al suo celebre diario). Egli è originario delle Langhe, terra ad alta vocazione vitivinicola con cui avrà un intimo legame, evidente in tutta la sua produzione letteraria. In tre sorsate di vino, si può andare al di là delle cose consuete del quotidiano, si perde la strada, l’orientamento, ma si riscopre il miracolo di essere vivi.

Tre uomini che hanno vissuto la loro vita in tre periodi storici differenti, ma che condividono più di quanto si possa pensare.

Voi cosa ne pensate? Qual è il brano che più sentite vicino a voi?

“Non c’è cosa migliore da fare, che ascoltare chi ha qualcosa da dire”

 

 

La signora Giovanna: la regina della cucina

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E’ la signora Maria Giovanna Pino, la regina della cucina tradizionale pugliese. Una donna di 80 anni che ha fatto della tradizione suo principale scopo di vita.

La signora abita in un piccolo paesino pugliese, della provincia di Lecce che si chiama Cerfignano, dove nel periodo di marzo, si apre una delle imperdibili festività religiose: “La festa delle tavole di San Giuseppe”, che ricorre tra il 18-19  marzo. Questa ricorrenza rappresenta un voto per una grazia ricevuta e prevede l’allestimento nelle case dei devoti di lunghe tavolate, dove vengono serviti i piatti tipici della cultura locale, prodotti della terra e del mare.

Ecco delle immagini, della Tavola di San Giuseppe dell’anno 2010, della signora Maria Giovanna.

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La signora Giovanna, a causa di problemi di salute, quest’anno non ha allestito la tavola (ma ha promesso, salute permettendo, che l’anno prossimo la realizzerà), ma il suo indomabile coraggio e la sua profonda religiosità, l’ha portata a realizzare una pietanza tradizionale, che ha preparato con l’aiuto di sue compaesane nella propria casa e che poi ha dispensato a parte del paese.

Questo piatto è chiamato “Vermiceddhri cu li cauli e li ciciri” (Vermicelli con cavoli e ceci)

INGREDIENTI PER 4 PERSONE

  • Livello di difficoltà della preparazione: medio
  • Tempo di preparazione medio: 2 giorni (inclusa la preparazione dei ceci)
  • Porzioni: per 4 persone
  • Costo: basso

Per la pasta:

– 400 gr. di farina di grano duro

– 200 gr. di acqua

– mezzo cucchiaino di sale

  • Si versa la farina sul piano di lavoro.
  • Si fa un pozzetto nel centro, dove si versa mezza quantità d’acqua insieme al sale, e si inizia ad impastare con le dita partendo dal centro.
  • Si aggiunge quindi la restante acqua e si impasta per dieci minuti con una certa energia fino ad ottenere un bel panetto sodo (come quello nella foto sottostante).

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  • Una volta ottenuto il panetto, si avvolge in pellicola trasparente e si lascia riposare per mezz’ora (fuori dal frigo).
  • Dopo mezz’ora,  si devono formare con le mani dei salamini larghi mezzo centimetro (Come piano d’appoggio si può usare un tagliere in legno o in plastica, che non serve infarinare)
  • Ora viene il lavoro da fare con le dita: bisogna strisciare un pezzettino del nostro salamino e passarlo tra le mani fino a quando non sarà della dimensione di un “pinolo” per intenderci, e in seguito staccarlo dal corpo del nostro salamino. (Deve avere le dimensioni, che vedrete nella foto che segue).

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E i nostri “Vermiceddhri” sono pronti.

PER CUCINARE LA PASTA:

-200 gr. ceci lessati (già cotti il giorno prima)

-200 gr. cavoli

-1 “sponzale”*

-cannella e chiodi di garofano q.b.

-Olio extravergine di oliva q.b.

-sale q.b.

*Lo sponzale è un bulbo non ingrossato di cipolla la cui produzione è di nicchia.  Spesso viene confuso con il porro ma son due cose diverse, in quanto lo sponzale ha un sapore dolce e viene molto utilizzato nella cucina tradizionale pugliese, ma anche materana in innumerevoli preparazioni.

Si mette l’acqua a bollire e si sala, dopodiché si aggiungono i cavoli.

A metà cottura, si aggiunge la pasta con i cavoli e a parte, in una padella, si lascia cucinare olio e “sponzale” assieme; in seguito quando il soffritto è pronto, lo si aggiunge nella pentola dove ci sono i cavoli e la pasta.

Si prosegue un paio di minuti con la cottura, e si aggiungono i ceci.

Per finire uniamo tutte le spezie: cannella e chiodi di garofano

NOTA BENE: è importante lasciare riposare il tutto per qualche minuto, prima di procedere al consumo del pasto.

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E, voilà! Tutti a tavola!

Conoscete queste tradizioni? Nei vostri paesi, quali realtà si tramandano? Raccontate.

” Non c’è cosa migliore da fare, che ascoltare chi ha qualcosa da dire”

Ciambelline di Lauretta al Susumaniello

(NO BURRO, NO UOVA, NO LATTE)

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Le ciambelline al vino sono dei biscotti che risalgono ai tempi antichi e sono legati al mondo contadino e agli ingredienti della terra.

Ancora oggi è un dolce, a lunga conservazione, diffuso un pò in tutta Italia (maggiormente nel centro Italia), dove si trovano diverse varietà e diverse modalità di preparazione. Solitamente vengono serviti a fine pasto (con o senza il vino) oppure vengono offerti come dono , in particolare a Natale.

Mi sono innamorata di questa ricetta grazie a Laura, una carissima amica, romana verace, dal cuore e dalle mani d’oro, che ha fatto dell’arte culinaria il centro della sua vita, e una volta assaggiate le sue ciambelline, non sono più riuscita a farne a meno. Che bontà!!!

La ricetta ve la propongo con una variante: il vino che ho scelto per creare i miei biscotti è il Serre di Cantine Due Palme, un Susumaniello IGP.

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Il Susumaniello di Cantine Due Palme è un vitigno di probabili origini dalmate che deve il suo nome alla sua caratteristica di essere particolarmente produttivo in età giovanile, tanto da “caricarsi come un asino” e da qui l’appellativo di “Susumaniello”. Nella fase della maturità, dopo circa 10 anni, la produttività scende sensibilmente .È un’uva dall’acino medio, con una buccia molto pruinosa di colore blu, che matura verso la metà di settembre, molto ricca di zuccheri, con un buon tenore di acidità totale e più del doppio degli antociani del Negroamaro e con un alto indice di estraibilità. Queste uve sono raccolte manualmente e macerate in silos orizzontali rotativi termoregolati per 14 giormi circa. Qui il vino completa la fermentazione alcolica ad una temperatura di massimo 20°C. Successivamente viene introdotto in barriques per 6 mesi dove completa la fermentazione malolattica.

Passiamo subito a preparare le nostre ciambelline.

  •  Livello di difficoltà della preparazione: basso
  • Tempo di preparazione medio: 10 minuti di preparazione + 15 minuti di cottura
  • Porzioni: usciranno un trentina di ciambelline
  • Costo: medio

INGREDIENTI:

-100 ml di vino rosso Serre;

-100 ml di olio di semi;

-100 gr. di zucchero di canna;

-400 gr. di farina integrale;

-1 cucchiaino di lievito per dolci;

-una spolverata di cacao in polvere;

-zucchero con cui guarnire q.b.

PREPARAZIONE:

Si mescola in una ciotola il vino, lo zucchero e l’olio.

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Si aggiunge la farina, il cacao e il lievito.

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Si inizia ad impastare fino ad ottenere un impasto morbido e omogeneo.

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A questo punto, bisogna lavorare dei bastoncini di pasta, modellandoli a forma di ciambelline.

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Si passano nello zucchero e si posizionano su una teglia foderata da carta forno. Bisogna cuocerle a 170° per 15 minuti circa.

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Una volta intiepidite, le ciambelline sono pronte.

E voilà!!! Tutti a tavola!!!

Raccontate la vostra esperienza. Usate altre varianti della ricetta? Dite la vostra!

” Non c’è cosa migliore da fare, che ascoltare chi ha qualcosa da dire”